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Come un cantastorie moderno, Giuseppe Sunseri, poeta in origine, si cimenta ora con la prosa che lui stesso definisce “paratattica”, riferendosi all’indipendenza sintattica
di frasi che assomigliano, talvolta, a piccole incisioni o a quegli schizzi realizzati sul foglio bianco quando ci si vuole estraniare, in qualche modo, da una situazione o da un discorso che non suscitano interesse, ritrovando così il centro, l’essenzialità contrapposta alla superficialità, all’omologazione, e anche all’apparenza, in una continua tenzone tra essere e sembrare, tra realtà e
desiderio.
Pezzi di vita che fluiscono nell’inchiostro, a volte monologhi interiori dati alla luce, rimembranze, indugi su piccoli particolari, come le paillette che mi rimangono attaccate al cachemire della giacca, per costruirci intorno un “caso”, un momento di riflessione, in cui l’occhio dello scrittore illumina il piccolo, l’infimo, a volte l’invisibile.
E, allora, anche la noiosa, seppur breve, attesa del verde al semaforo può trasformarsi in un atto creativo, in un pensiero intimo e caldo.
Dalla prefazione di Anna Maria Di Pietro
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