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SECONDA EDIZIONE

Presentazione di Paolo D’Agostini
Quello che segue è un esercizio di critica amichevole che è come arrampicarsi sugli specchi. Possono, senza fare a pugni, stare insieme le due cose? Uno sguardo critico non guarda in faccia nessuno, come si usa dire, e non c’è amicizia che tenga (o almeno così dovrebbe essere).
D’altra parte l’amicizia non sopporta più di tanto critica e giudizio, è un sentimento che comprende e giustifica: l’amico si prende come è, non si discute. Dunque provo , ma ho
messo le mani avanti.
E non è facile. Anche perché questi tre testi destinati alla scena: Palude, Il Cimitero degli uccelli, e I Sotterranei - che poi sono tre allegorie, o tre apologhi - contengono nella loro
anima brechtiana una forte carica politico/ideale, e dunque anche ideologica. Non fanno mistero di proporsi come ispirati da una visione del mondo, né dell’ambizione di trasmettere
un messaggio.
Di essere militanti, in una parola.
La prova di scrittura scenica, benché accurata e per nulla trascurabile, a dispetto della dimensione apparentemente atemporale e per così dire astratta di quanto viene messo in
scena, si alimenta di ben chiari agganci e richiami all’oggi, all’attualità delle capitali questioni riguardanti il presente e il futuro dell’umanità, che stanno sotto gli occhi di noi tutti.
In estrema sintesi: il nuovo configurarsi delle gerarchie sociali, e delle relative conflittualità per niente archiviate dal rimescolamento delle antiche coordinate di classe, nel nostro tempo globale dell’emergenza energetica e dell’allarme per i minacciati equilibri naturali.
Dicevo che non è facile perché con uno sguardo così militante si è costretti a fare i conti. Impossibile separare l’apprezzamento per il sapiente allestimento e l’agile quanto efficace
scrittura dal richiamo a dirsi d’accordo o meno con la lettura politica.

PALUDE
La scelta da parte di una coppia di intellettuali dal passato impegnato a combattere le ingiustizie secondo forme organizzative che si sono rivelate deludenti, scelta in pari misura
generosa e velleitaria, di lasciare la città per dedicarsi alla costruzione di una dimensione rurale idealmente armoniosa, finisce con lo scontare la riproduzione di pregiudizi e
discriminazioni.
In definitiva con il riprodursi dello scontro tra interessi di classe, che si era pensato di cancellare volontaristicamente autoproclamandosi dalla parte della ragione e del superamento dei conflitti i quali –irriducibili malgrado l’arrogante ingenuità dei protagonisti – invece si riaffacciano sotto la veste delle nuove povertà e dell’odio dei nuovi diseredati.
Che, di pari passo al ribellarsi della natura, mandano in frantumi le loro fragili sicurezze.

IL CIMITERO DEGLI UCCELLI
In veste non umana – gabbiani contro corvi, vitelli contro cervi, lupi contro cani pastori – la potenza dell’apologo mette a nudo un tutti contro tutti, dove, tra l’orgogliosa rivendicazione
di libertà non sottomessa da parte degli animali selvatici e l’umiliante sudditanza di quelli domestici, i quali però da parte loro rivendicano a sé un superiore livello di civilizzazione
nell’aver appreso l’esercizio del compromesso e l’arte della pacifica convivenza, non vince proprio nessuno.
Comune a tutto il regno animale è il soccombere all’alterazione degli equilibri provocata dall’avidità umana e dallo sciagurato consumo delle risorse.

I SOTTERRANEI
Il più sottile e il più elaborato dei tre testi. Anche il più aspro e meno lineare, in proporzione all’ambizione della sfida. Un uomo, simbolicamente speleologo e cioè avvezzo a penetrare in profondità le viscere della terra, vede trasformarsi la propria passione per Hlderlin in identificazione.
Paziente psichiatrico che rifiuta la psichiatria per fare interamente propria la pazzia del poeta, la poesia della pazzia come bandiera di opposizione, di non omologazione.
Ad accomunare i tre testi c’è una cupa distopia, che è il contrario di utopia. La prefigurazione di un futuro all’insegna della catastrofe e del disastro.
Il primo dei tre, Palude, dichiara apertamente che l’azione si svolge a secolo ventunesimo più che inoltrato e più che degenerato. Ma il bello è che, acrobaticamente, la distopia non esclude l’esercizio di un utopico ottimismo. Con quanto segue di affermazione di solidi valori polemicamente e fieramente “contro”. In linea con una visione antagonista, con un’appartenenza alla storia di quella che ci siamo abituati a definire “sinistra radicale”.
Postmarxista ma non interclassista, ecologista e femminista.
La strada percorsa dell’apologo fantapolitico mette radicalmente sotto accusa i nuovi padroni del mondo colpevoli delle nuove accentuate diseguaglianze, con la sicurezza che una risposta positiva e “rivoluzionaria” a questo stato di cose esista, che “un altro mondo” sia possibile e a portata di volontà.
Ed ecco il primo grande fondamentale scoglio. Se è facile sottoscrivere la persuasione che nuovi-vecchi strapoteri e nuove-vecchie subalternità private di espressione politica siano veri, meno facile è unirsi alla convinzione che “un altro mondo è possibile” e che altrettanto nuove-vecchie piattaforme di risposta e riscossa siano a portata di mano e di volontà.
Prendiamo la metafora animale di Il Cimitero degli Uccelli.
Avvincente è la dialettica messa sul tappeto. Gli animali domestici hanno corrotto la propria natura, servilismo e rinuncia garantiscono loro una sopravvivenza da schiavi alla catena. I loro confratelli selvatici diversamente non hanno altre garanzie che la propria ribelle libertà, pronti a pagare il prezzo dell’ambizione e dell’audacia. Messaggio eroico ma,
sia dentro che fuor di metafora, sarà tutto così bianco o nero?
Il rifiuto dell’esistente è in definitiva più produttivo e fecondo, o più frustrante e impotente?
Da una parte – e credo di non sbagliare pensando che l’autore da questa parte si collochi idealmente – c’è il confortante proiettarsi verso i principi del rigenerare, del rifondare, in
definitiva del rivoluzionare (tutti principi, se possiamo dirlo, cui la storia ha dato risposte quantomeno poco rassicuranti).
Dall’altra parte incontriamo i più prosaici valori e principi della parzialità, della relatività, della non linearità, della faticosa e accidentata gradualità. “Rifondare” impetuosamente contro “riformare”pazientemente. Schema riduttivo ma eloquente.
L’aspirazione alla “salvezza”dell’umanità contro il realismo della gestione della sua “salute”. Ma non perché non si debba essere, comunque, schierati e “radicali”: semplicemente
perché la prima opzione, ancorché bella da sbandierare, non esiste.
Anche la scelta della follia dello speleologo-Hlderlin , per quanto esteticamente suggestiva, appassionante, eroica,
insomma bella, richiama un collocarsi fuori, un indole di rifiuto ed estraneità allo stato delle cose, una vocazione all’autoescludersi in nome di una superiore missione – salvare il mondo dal disordine, che ahinoi invece gli è proprio – che è senza dubbio poetica (non prosaica) ma poco politica.
Laddove politica è l’arte di rimboccarsi le maniche per modificare il possibile sapendo che “un altro mondo” non solo non è possibile ma proprio non esiste né può esistere.
L’amichevole critica è servita.
Piena di amichevole rispetto e ammirazione; e non solo. In fondo piena anche di auspicio che la dialettica continui a oltranza e che l’autore, dimostratosi qui capace di inattaccabile creatività nella costruzione di puntuali indicazioni di scrittura scenica, non si fermi nella sua ricerca espressiva e non rinunci mai a modulare – ora, come qui, in forma teatrale, ora in forma narrativa, ora nell’analisi filosofica: uomo davvero dai molteplici talenti e
dall’inarrestabile energia – la sua appassionata partecipazione ai nostri destini. Che poi, al di là di tutti i possibili dissensi o di tutte le possibili eccezioni e distinzioni, è quanto di più
prezioso

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